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Films

Films (37)

Mercoledì 09 Ottobre 2013 13:44

Wikileaks: Il quinto potere

Written by Palmiro Neri

Cresce l'attesa per 'Il quinto potere' di Bill Condon, il film che racconta la nascita di Wikileaks, l'organizzazione no-profit fondata dal giornalista australiano Julian Assange (interpretato dal britannico Benedict Cumberbatch) nel 2006 e l'impatto che ha avuto a livello mondiale con la divulgazione di milioni di documenti classificati segreti.

Attesa non priva di polemiche. Proprio Assange non e' contento del film e, dopo aver letto la sceneggiatura, l'ha definita a riprese ancora in corso, ''un massiccio attacco di propaganda contro Wikileaks e le personalita' del mio staff''. Secondo il regista Bill Condon, invece, ''non vengono prese le parti di nessuno''.

wikileaks1


'Il quinto potere', coprodotto dalla Dreamworks, ha usato come fonti principali i libri 'Inside WikiLeaks' di Daniel Domscheit-Berg (interpretato da Daniel Bruhl), ex membro di primo piano dell'organizzazione, da lui lasciata per contrasti con l'attivista australiano, e 'Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato' dei giornalisti inglesi David Leigh e Luke Harding.

Tra le scene del film piu' criticate da Assange, c'e' quella in cui si alluderebbe al fatto che l'Iran avrebb
e costruito una bomba atomica, circostanza secondo lui smentita dai report dell'intelligence americana. La sequenza, pero', ha precisato all'uscita del trailer ufficiale l'ex portavoce di Wikileaks, Birgitta Jonsdottir (interpretata da Carice Van Houten), ora membro del Parlamento islandese, sarebbe stata eliminata nella nuova versione della sceneggiatura di Il Quinto Potere, che ha nel cast, fra gli altri, anche Stanley Tucci, Laura Linney, Anthony Mackie e David Thewlis.film_quinto_potere

Condon inoltre, in un'intervista a Yahoo movies, ha sottolineato che Assange, pur avendo negato a Cumberbatch la possibilita' di incontrarlo, proprio per non avallare il film, avrebbe mantenuto con lui un dialogo attraverso le email, durante le riprese. Per il regista ''questo e' un film che presenta i diversi aspetti di vari temi, ma quando si parla di Wikileaks, e' soprattutto una celebrazione delle incredibili, in qualche modo nobili idee da cui e' nato, e dell'idealismo che rifletteva, soprattutto all'inizio''. Anche per Cumberbatch il film non vuole demonizzare Assange, anzi ''probabilmente ho umanizzato qualcuno a cui molte persone pensano solo come a un titolo di giornale. E' una figura straordinaria. Il film e' stata solo l'occasione di provare a svelare un po' di chi sia e di cosa lo motivi''.

wikileaks-locandina

Mercoledì 10 Luglio 2013 10:43

Man of Steel

Written by Obi Wan Kenobi

Sono davvero pochi gli elementi che fanno la differenza nell'adattare una storia per il grande schermo, questi, diventano essenziali nel momento in cui ci si trova a lavorare all'ennesimo adattamento della stessa, in questo caso per la terza volta. La fonte originale, poi, non ha certo bisogno di delucidazioni e/o approfondimenti essendo ben nota e conosciuta da tutti. Per abitudine non considero i remake degni di nota, ancor meno i cosiddetti reboot e tuttavia quando iniziarono a circolare voci su di un possibile interessamento di Singer relativamente a Superman, rimasi deluso principalmente perché  si sarebbe trattato di un reboot e poco importava che vi fossero in qualche modo dei riferimenti ai primi due film in una sorta di forma conservatrice e quasi omaggio al lavoro di Donner. In effetti io considero la prima quadrilogia di Superman interpretata dall'ottimo Reeve una prima base, uno zoccolo duro che deve rappresentare non qualcosa di inamovibile ma un punto di partenza, una ispirazione, guardando ad essa come un valido bagaglio di know-how da cui, auspicabilmente, poter procedere oltre e possibilmente migliorare l'esperienza futura. Se da un certo punto di vista sotto l'aspetto stilistico e produttivo Superman Returns di Singer diventa in qualche modo accettabile è necessario sottolineare come in fondo, alla fine, le aspettative vengano in qualche modo tradite.

Gli elementi della quadrilogia iniziale (da molti non riconosciuta nella sua integrità di quattro film e quindi nemmeno considerata tale) tralasciando alcuni elementi risibili delle varie produzioni, soprattutto quelle successive alla prima, si reggono indubbiamente sul personaggio che resta solido, sia perché è solida l'interpretazione di Reeve, sia dall'approccio interpretativo profuso sia perché lo stesso attore aveva in se un carisma davvero impressionante. Le vicissitudini che portarono Donner ad abbandonare causarono le conseguenze che tutti conosciamo e altresì guardando all'aspetto realizzativo invece i limiti imposti dall'epoca hanno poi originato una serie di cliché riportati di volta in volta nei film successivi. Non posso affrontare Man of Steel senza soffermarmi su tutto ciò che cinematograficamente abbiamo visto e in qualche modo ricevuto sino ad ora sul kryptoniano più famoso. Superman datato 1978 affrontava il pubblico con un teaser tanto essenziale quanto effettivo, una soggettiva aerea attraverso banchi di nubi per alcuni secondi ed una semplice didascalia, "crederete che un uomo possa volare". Una produzione stratosferica ed un cast stellare contribuirono ad un successo mondiale. La grande rivelazione fu Christopher Reeve e la stessa storia da molti oggi considerata abbastanza semplice diede tessuto connettivo alle immagini e, per una volta, la trasposizione dalle strisce allo schermo funzionò perfettamente. Seguirono altri tre film con numerose pecche narrative e produttive ma a dispetto dei detrattori il successo seppur in modo meno eclatante rimase, consolidando l'icona Reeve/Superman. Singer forte dell'ottimo successo di X-Men scelse di seguire una strada ibrida, una sorta di continuazione ideale al lavoro di Donner, ammodernando la continuity (forse troppo) ed inserendo degli aspetti visuali che grazie alla moderna tecnologia contribuiva a rendere spettacolari alcune sequenze traendo ispirazione direttamente dalle stesse tavole disegnate. Sono molti i fattori che hanno contribuito al non successo di questa ennesima trasposizione.

Prima di tutto consideriamo gli elementi essenziali di una storia di origine, rimarcare i film di Donner, attenzione ho detto i film, nei loro tratti essenziali porta una sensazione di dejà vu che non sempre è piacevole. Anche marcare l'interpretazione di Routh per renderla molto simile a quella del compianto Reeve non aggiunse nulla e considerando la collocazione cronologica della storia la scelta di un cast molto giovane non aiutò molto in questo senso. Anche la scelta di Luthor e della sua ossessione per la speculazione terriera rese in effetti la storia già incredibilmente poco originale. Nell'ottica di una trasposizione fedele di un fumetto, la cosa importante è attenersi a pochi dettagli, ma questi pochi dettagli e la loro fedeltà risultano essere gli elementi caratterizzanti un successo da un flop. Infine aver dato per scontato che tutti conoscano i film di Donner, ha strutturato questa storia con alcuni punti oscuri per i fan più giovani. Attenzione, molte interpretazioni sono sicuramente nella media e tuttavia difficilmente Superman Returns sarà ricordato se non per essere il quinto film sull’icona creata da Siegel & Shuster. Dopo questa breve premessa passiamo al film di Zach Snyder. Il concetto fondamentale è quello di rendere finalmente giustizia al più importate ed iconografico degli eroi DC, Superman. Chi ha visto i lavori di Snyder non può che riconoscerne la bontà e l'impegno realizzativo. L’innato approccio visuale e la combinazione delle varie tecniche disponibili per catturare al meglio l’essenza e la dinamicità. Il primo elemento da considerare è  quello secondo il quale questo nuovo film possa in qualche modo essere considerato un valido reboot. L’azione di questa prima avventura copre le origini del nostro eroe con una discreta prefazione relativa a Krypton, nei primi anni 80 John Byrne, riscrisse il personaggio di Superman, attualizzandolo e settando delle nuove regole. L’essere pressoché invincibile viene drasticamente limitato nei poteri e nella resistenza inoltre si approfondisce la mitologia di Krypton come anche la doppia figura paterna e per coloro di voi abbastanza curiosi da leggere il “Man of Steel” di Byrne, le soprese di certo non mancheranno. Anche qui i mutamenti operati da Byrne non incontrarono il mio favore ma sono del resto sofismi. Il passo successivo fu la prima Crisi che tentò di fare e dare un po’ di ordine nel grande e confusionario universo DC, in fin dei conti lo sforzo può essere considerato apprezzabile ma gli stravolgimenti non sono mai forieri di buone nuove. Basti pensare al pasticciaccio fatto con Dick Grayson ma questa è un’altra storia. Lo spettatore si troverà ad osservare una volta tanto un uomo, l’eroe, il retaggio, il rapporto tra i padri e il figlio, perché tanto profonda è la figura di Jor-El (Russell Crowe) quanto ugualmente intensa è la figura di Jonathan Kent (Kevin Kostner). Entrambi gli attori forniscono performance incisive e degne di nota seppur diverse e a volte in aperto contrasto, questo dualismo sarà sempre presente e questo se non altro è indice di un approccio e di una ricerca un po’ più approfonditi. I più attenti ed allenati riconosceranno come fonti ispiratrici per questo film e non solo stilistiche ma anche relativamente ai testi celeberrimi filoni narrativi come All-Star Superman e Kingdom Come e Birthright. Anche la fortezza della solitudine, utilizzata qui è frutto di varie interpretazioni, non è un concetto così estremo soprattutto considerando che i neofiti non avranno alcun problema al riguardo, ma va! Nelle prime storie ricordiamo anche che Superman fosse incapace di volare ma similarmente ad Hulk effettuava enormi salti. Un plauso per questa caratterizzazione, seppur breve nello sviluppo dell’acquisizione e della consapevolezza da parte di Kal-El dei propri poteri sulla terra.

L’attenzione è sempre focalizzata sui personaggi e il loro approfondimento si concede alcune piccole digressioni. Trovo del tutto sottovalutata al punto da chiedermi se effettivamente ci fosse bisogno di Perry White, uno stanco e oltremodo largo Fishburne. Essendo questa una storia di origine, Clark non è ancora il cronista d’assalto che siamo abituati a vedere, gli stessi meccanismi ed iterazione con Lois Lane devono essere ben oliati. Anche la figura di Lois lane, l’attrice Amy Adams mi lascia un po’ perplesso inoltre la sua iterazione con Jor-El fa parte di quel filone narrativo che a me non entusiasma particolarmente perché mi rimanda all’universo molto libero ed allargato della serie Smallville che non mi è mai piaciuta. Fondamentalmente questa è una storia di crescita e di acquisizione di consapevolezza e lo avrete capito responsabilità, ciò che Kal-El impara e come mette in atto gli insegnamenti ricevuti relazionandosi con il genere umano e con i suoi simili. Come detto i più attenti noteranno un minimo accenno di continuity DC, leggendo per esempio il nome Wayne in una davvero altolocata posizione inoltre anche il logo Lexcorp fa la sua interessante apparizione. Piccole note interessanti sono disseminate narrativamente parlando, molto acuto il riferimento al simbolo “S” come detto precedentemente molte sono le storie dell’uomo d’acciaio da cui ci si è ispirati. Potrei soffermarmi sul design del costume ma di fatto è impossibile accontentare tutti, ognuno ha in testa la propria concezione relativa. Certo rispetto alle prime anteprime e bozzetti grafici la resa cromatica è stata alterata un po’ per risultare meno cupa, i colori sembrano un po’ più accesi. Stilisticamente non vi è nulla da eccepire, maestosa l’introduzione, l’utilizzo di molte camere “a mano” per molta parte delle sequenze caratterizza ancor di più la già stravagante regia di Snyder, questo potrebbe essere un deterrente alla visione ed effettiva fruibilità del 3D ma visivamente funziona egregiamente in 2D, io mi baso sulla versione che ho visto in 2D. il regista riesce pur con non qualche pecca a rendere l’idea delle forze in gioco soprattutto quando i kryptoniani decidono di rimodellare parti più o meno vaste e variegate del pianeta.

Inutile ricordare che in fatto di animazione ci si trova allo stato dell’arte per uso di moduli fisici, vincoli ed interazioni. Questo è molto apprezzato anche da un occhio attento che spesso tenta di  trovare imperfezioni e/o pecche. Il più delle volte risulta un esercizio inutile ma se di pecca trattasi va da ricercarsi nell’approccio creativo e non nella sua realizzazione. Dinamicamente parlando gli effetti digitali sono più che adeguati e del resto non si è badato a spese e del resto cotanta prodizione non può aspirare a nulla di meno e sino a questo momento il botteghino conferma ogni cosa. Il film si sviluppa in poco più di due ore eppure non posso afre a meno di notare alcune cadute di ritmo, troppa discontinuità forse tra le scene di climax e quelle invece introduttive. Come detto non è un film perfetto ma ad avercene di film come questo. Una piccola nota devo aggiungerla, non posso non affrontare quello che è senza dubbio un punto focale e cruciale del film. È un’azione, l’azione che Superman decide di compiere nei confronti di Zod, azione risolutiva e incontrovertibile. Lo uccide. Qualunque fan dell’uomo d’acciaio sa che Superman non uccide, in questo senso un parallelo lo si può ritrovare con Wayne, proprio perché Kal-El sente su di sé l’enorme peso della responsabilità che è data dalla sua condizione di alieno, unico (o quasi) superstite di un intero mondo, comprende ancor più il valore immenso della vita, di quanto questa debba essere preservata e protetta qualunque sia l’essere vivente. L’uccisione di Zod posso interpretarla solo in un modo. In effetti questa è l’azione compiuta da Kal-El prima di essere e divenire l’eroe che tutti conoscono, diviene l’icona ben conosciuta solo dopo un lungo percorso e in questo senso, l’articolata crescita fisica ed emotiva mostrata in questa sua nuova storia lo caratterizza a tal punto da poter giungere unicamente a questa conclusione. La morte di Zod per mano di Kal-El è sicuramente un atto che allontana da questo film la perfezione se mai una perfezione possa essere ancora riscontrata in un’opera di questo genere. Va da sé inoltre, tanto per citare, un riferimento alla morte per mano dell’uomo d’acciaio esiste negli annali, basta leggere dalla serie Exiles e precisamente il numero 22, posso anche aggiungere che questa caratterizzazione sia anche frutto di un lungo processo analitico, per sua stessa ammissione il regista chiarì che Superman sia il punto focale dell’universo DC, è senza dubbio un primo mattone solido sul quale ricostruire cinematograficamente la mitologia che molti conoscono attraverso i fumetti. Come nota di folklore, Zod inoltre, detiene un primato assieme a Doomsday, se questo nome non vi dice nulla mi sembra inutile che andiate al cinema in ogni caso, ovvero quello di aver fratturato le ossa di Superman. Doomsday viene annichilito dall’entropia dell’universo mentre come detto Zod perisce per mano di Kal-El. Stando ad alcune indiscrezioni per stessa affermazione di Snyder vedere la storia singolarmente più venduta al mondo sul grande schermo come sequel, non è proprio da escludersi (non avete idea di cosa parli non importa è a questo punto della recensione completamente inutile), vedremo come la situazione evolverà.

Due appunti bisogna comunque aggiungerli, la prima è relativa al termine “reale”, quando qualcuno per promuovere il proprio prodotto cita il fatto che in questo caso si sia scelto un approccio reale per la trasposizione di una storia a fumetti mi vien da ridere. Abbiamo visto il realismo di Nolan cosa abbia comportato con il Batman. La seconda è relativa alla colonna sonora. In Superman returns Ottoman riprese Williams a mio modesto parere pasticciando il tutto, le parti davvero identificative erano quelle classiche chiaramente di Williams. In Man of Steel la mancanza della fanfara classica, opera di John Williams si sente, inutile negarlo, trovo il commento sonoro creato da Zimmer sia valido ma che resti poco identificativo e non brilli per incisività è lapalissiano. Quanto creato da Zimmer, ottimo compositore per altro, influenzato forse più dalla moda del momento per le sonorità al limite dell’elettronico accompagna le immagini ma fallisce nell’essere iconografica, identificativa e propedeutica all’eroe. Forse sono puntiglioso al riguardo o forse essendo stato il tema di Williams il primo di un certo livello ad essere legato a Superman ecco che il confronto con il resto risulta impari. Probabilmente azzeccando anche la colonna sonora questo film sarebbe stato davvero innegabilmente valido. Ci si può accontentare ma John Williams è tutta un’altra cosa. Esiste(va) solo un regista capace di film perfetti, sgombriamo subito il campo da qualsiasi dubbio, con grande rammarico e non solo mio, questo regista non potrà più realizzare film, quelli da lui realizzati restano ad memoriam, irraggiungibili, lontani e perfetti, Man of Steel, non è un film perfetto e tuttavia a considerarlo primo passo verso un universo più vasto gli aspetti positivi surclassano di gran lunga quelli negativi. La produzione di Nolan si limita fortunatamente  nei danni, dopo l’ultimo deludente episodio sul Cavaliere Oscuro che presumo non vedremo così presto in un nuovo film, Man of Steel può finalmente rivendicare la giusta attenzione. Goyer si è sicuramente impegnato, scrivendo una storia articolata, sin troppo duale forse e sin troppo legata all’archetipo del block buster e in questo la struttura risente del ritmo non sempre fluido e uniforme. Man of Steel resta il migliore approccio recente alla storia di un eroe. Non posso giudicare questo film rispetto a quello di Donner perché troppo differenti. Cavil è sicuramente il migliore Clark attuale, Reeve resta sempre il miglior Superman. Godetevi il film!

 

Mercoledì 05 Giugno 2013 09:56

Fast & Furious 6

Written by Obi Wan Kenobi

Torna ancora una volta e per l’ultima volta il regista Justin Lin alla direzione dell’ennesimo capitolo del franchise più camaleontico che si ricordi, F&F6. Dopo il terzo episodio caratterizzato dall’alquanto puerile avventura dai toni orientali, molti avrebbero scommesso sulla morte annunciata del rigenerato filone motori/pupe oppure se ne sarebbero ben guardati dal farlo. Straordinariamente, alquanto straordinariamente aggiungerei, si è riusciti in ciò che normalmente viene tranquillamente ignorato dalle varie produzioni, cambiare attitudine, rinnovare la storia ed i contenuti, ispessendo la trama e aggiungendo quanti più personaggi ed elementi possibili in modo da avere un mix davvero eterogeno ma allo stesso tempo esplosivo.

fastandfurious6 Sino ad ora le scelte effettuate sono state premiate dal botteghino ed è inutile nascondersi, se un film incassa non importa come effettivamente sia.  Linn recupera il cast ampliato per così dire, si era già consapevoli del ritorno di Letty sin dal film precedente e anche in questo come consuetudine vuole sappiamo già il volto ed il nome del nuovo e cattivo trasportatore, non lo sapete ancora non importa lo vedrete da soli e non starò qui ad elucubrare sulla nuova fenomenale aggiunta al cast di Jason Statham tranne per il fatto che solo una cosa faccia più rumore di un personaggio interpretato da Statham e cioè che il personaggio in questione sia un cattivo cattivo. Ora, mi sembra chiaro e lapalissiano, che, non ci si debba aspettare da un film di questo tipo, contenuti profondi più di una vaschetta porta cenere e dall’altra parte nulla di meno che una fantasmagorica profusione di azione ed effetti speciali con delle citazioni brutali di tanto in tanto e, poco importa, se a volte non si considerano cose come come la forza di gravità. In fondo DUH questo è un benedetto film e quindi c’è solo da sedersi (se ci si è decisi) e gustarsi lo spettacolo. Devo dire ad oggi che questo sia il miglior film visto di quest’anno. Apprezzo inoltre molto di più la svolta narrativa intrapresa e sino a che i protagonisti annoverano The Rock e Diesel, difficilmente i fan resteranno delusi e i neofiti storceranno il naso.

Il cast di questo nuovo sesto capitolo comprende, in ordine sparso e senza particolari preferenze: Vin Diesel, Paul Walker, Dwayne Johnson, Jordana Brewster, Rita Ora, Michelle Rodriguez, Tyrese Gibson, Sung Kang, Gal Gadot, Ludacris. Luke Evans, Elsa Pataky, Gina Carano, Clara Paget, Kim Kold. Mentre tutta la gang si gode il meritato riposo (ed i milioni) ecco che si ripresenta a l’agente Hobbs che coinvolge l’intera gang di ladri su/delle quattro ruote, in una missione che potrebbe redimerli in parte o del tutto. Ciò che conviene notare, o meglio, ciò che salta subito agli occhi non è tanto quanto sia strabiliante ogni duello in corsa, l’uso di un carro armato come se fosse l’auto della domenica o l’incredibile concentrazione di fortuna che i cattivi hanno (che poi ora sono i buoni mentre i cattivi cattivi restano sempre i cattivi), quanto invece l’inconsueta garrulità di Toretto che, diciamo così, non interpreta proprio il tipo che fa della lingua e del buon senso filosofie proprie di vita.

Il maggior vantaggio di avere un cast di co-primari così ampio è anche il maggior difetto di un film, è necessario infatti regolare le varie storie e dare a ciascuno di essi abbastanza spazio per essere notato. Non intendo dire che tutto debba essere centellinato ma spesso esercizi di questo tipo portano come risultato una lunga serie di scene che pur attingendo ed essendo parti integranti della medesima storia non ne compongono alla fine una. Qui il risultato è accettabile in fin dei conti non mi aspettavo certo il Macbeth. Dal punto di vista degli effetti visivi e della dinamicità, ogni situazione è resa al meglio, forse il meglio non è inteso a favore dello spettatore, il continuo montaggio esasperato e l’utilizzo di tutte le angolazioni possibili ed immaginabili soprattutto durante i momenti di corsa in auto non accrescono l’appeal ma secondo me alla fine impediscono quel legame con i vari personaggi che durante la visione (sia in caso di simpatia che antipatia) lo spettatore crea. Il continuo cambio di soggettiva alla fine risulta essere una mera distrazione, del resto non c’è mica Bay dietro la macchina da presa. A proposito di effetti visivi davvero strabiliante come Diesel sia talmente pompato da rivaleggiare con The Rock, in ogni caso anche qui nulla di nuovo. Aggiungerei anche che se la riscrittura della formula ha dato i suoi risultati nel quinto capitolo qui si ha come l’impressione di un dejà vu, probabilmente perché sia necessario andare oltre, rendere ogni situazione davvero esasperata per poter superare quel limite ideale stabilito dalla precedente storia. La profusione di effetti speciali vende e rende ogni scena in modo adeguato, se gli incassi si confermeranno allora il settimo episodio della saga potrebbe essere anche un outsider, solo il tempo lo dirà.

Che abbiate o meno idea di come dinamicamente una storia possa o meno funzionare sul grande schermo è ininfluente quando si è arrivati al sesto capitolo, quando si richiamano tutti i protagonisti anche facendoli risorgere e quando coloro che vivono la/nella storia sono in grado di distruggere praticamente ogni cosa senza sudare nemmeno poi tanto ci si rende conto di quanto si possa in fondo trascendere anche se solo cinematograficamente parlando. Sicuramente questo film (sesto per chi ancora avesse dei dubbi) nella serie è diretta conseguenza del precedente e non solo per una faccenda squisitamente cronologica, continua infatti la nuova formula che tanto successo ha ottenuto in Fast 5. Sicuramente la conferma di Dwayne Johnson aggiunge un forte carisma, la storia ne trae grande beneficio e anche questo è chiaro, essendo sorretta da The Rock e Diesel che nonostante tutto si trova ad interpretare uno dei ruoli a lui più congeniali. Tutto il resto viene da sé. Durante tutti i quasi 130 minuti, se siete appassionati di film come questo, non avrete modo di trovare nulla da rimarcare mentre, se questa storia della famiglia allargata e delle leggi improbabili applicate allo/dello/nello spazio non vi vanno giù, avrete ben 130 minuti di veri e propri spunti di/e vere e varie lamentele. Pensateci bene prima di impegnare il vostro tempo ed il vostro denaro. I soliti avvisi ricordano che vi sia della violenza, tuttavia, sto sempre qui a rimarcare il fatto che al di là di ciò che possiate pensare questo è un film per famiglie e con questo non altro da aggiungere sull’argomento.

In attesa quindi, dell’ennesimo capitolo, il settimo, godetevi senza pretese (ma non per questo il godimento sarà in chiave minore) questa adrenalinica ed altamente ricca di ottani sciarada, luoghi comuni, spasso e belle curve (che non debbono mai mancare) e non solo in riferimento alle auto. I detrattori di questo film non dovrebbero nemmeno impiegare del tempo a decidere se guardarlo o meno, mi sembra ovvio  e scontato  che questo genere si ami o si odi senza eccezioni e voglio proprio vedere adesso chi accuserà questo film di sessismo, intendiamoci ce ne sarebbero tutti i fondamenti ma si sa, l’uomo nelle proprie pretese spesso risulta essere puerile e con “uomo” intendo genere umano. Certo, la Carano che spacca le corna a Diesel sarebbe valsa da sola il prezzo del biglietto ma meglio restare nel politicamente corretto e quindi benzina, testosterone, gas di scarico, NOS, femmine di latta e altre altresì succinte in carne ed ossa, puzza di catrame bruciato e gomma squagliata sono di nuovo il vostro pane  per poco più di due ore, fatevene una ragione!

Venerdì 10 Maggio 2013 07:58

Iron Man 3

Written by Obi Wan Kenobi

Ormai giunti alla fase due, in un universo ormai acquisito (o quasi, lo vedrete in seguito), con i crossover che hanno sempre caratterizzato la Casa delle Idee, con una grande storia da raccontare (sulla carta) e soprattutto con un avversario, la nemesi per eccellenza, degno di cotal nome (o almeno così sembrava), l’uomo di latta, eccentrico miliardario e genio visionario più famoso, Audi munito, ritorna per scrivere il terzo capitolo delle sue avventure, ultimando così, una delle migliori trilogie sui supereroi mai create nonostante tutto, certo, migliore anche di quella di Nolan sul Batman. I fatti sono ineluttabili ma devo nonostante tutto ritornarvi. Nolan delude fortemente con un terzo atto debole come è debole la figura dell’eroe che prova a ritrarre, affrontandolo quanto più realisticamente possa essere realizzato, fallisce perdendosi nel suo stesso labirinto. Non esiste un modo per accontentare tutti quanti ma, lavorare su di un adattamento è una cosa quanto mai delicata soprattutto se la fonte è un fumetto e quanto più questo sia conosciuto, diffuso e famoso tanto più le aspettative risulteranno essere alte. Spesso si cade precipitevolissimevolmente ma con un miliardo incassato a chi vuoi che importi. Sfortunatamente tutto questo non basta e anche nel caso di Iron Man questo, dei tre, è l’episodio più debole per moltissimi motivi. Analizzerò tutti gli aspetti ma senza dubbio posso già affermare che quelli negativi siano di gran lunga più prominenti e questo è un vero peccato.

Siamo come detto nella Fase due, i Vendicatori sono a riposo (anche se solo momentaneamente), mentre si avvicina il momento del Winter Soldier (e non specifico altro a riguardo), il più importante dei loro membri, ha sempre qualcosa da fare, se non altro, la progettazione di una nuova armatura. Accompagnato dalla sempre fedele Pepper, una Gwyneth Paltrow, forse qualcosa più di fedele e da Jarvis (Bettany sempre al top), Stark interpretato egregiamente ancora una volta da Robert Downey jr., ad oggi forse la migliore scelta come interprete per un doppio ruolo da supereroe dopo l’inarrivabile Christopher Reeve, si trova ad affrontare finalmente la sua nemesi, il  Mandarino caratterizzato (vedremo come) da Sir Ben Kingsley. Stark deve fronteggiare le conseguenze degli eventi che noi tutti conosciamo e la sua stessa possibile distruzione non prima di un approfondimento introspettivo, quasi un ripasso di se, cronologicamente situato nel non tanto immediato passato. Precedentemente vi son stati accenni, seppur minimi (è un film per tutti e soprattutto per il pubblico giovane) a filoni narrativi come “Demon in a bottle”, qui assistiamo agli effetti della traumatica esperienza extra dimensionale di Stark, alla sua indole combattuta, alle chiare implicazioni delle scelte che è portato a fare e lo vedremo anche affrontare e risolvere il quesito più importante e cioè se sia l’uomo a fare l’armatura o l’armatura a far l’uomo. Con cotali premesse mi aspettavo ben altri risultati da questa trasposizione cinematografico-visiva. Le speranze dei veri appassionati vanno in pezzi alla visione di codesto film e per questo motivo ecco di seguito tutti i pezzi che proprio non vanno.

Pezzo uno: L’armatura. Nulla da eccepire sugli effetti pratici e digitali che caratterizzano ed articolano Iron Man. Ogni dettaglio è perfetto, molto difficile distinguere un effetto pratico da uno digitale, lo standard è andato continuamente aumentando nell’arco dei tre film e questo è anche indicatore della qualità profusa dalla produzione. Il potere economico della Disney c’è e si vede. Le prime discrepanze tuttavia le si incontrano a livello narrativo. Precedentemente durante lo scontro con Thor si è potuto constatare il livello di durabilità dello chassis, anche se questo scontro nell’universo fumettistico sarebbe terminato in tutt’altro modo, sul grande schermo Iron Man tiene agevolmente testa persino al dio Asgardiano senza sudare troppo. Gli sceneggiatori si presero una bella licenza e pensavo che all’epoca questa fosse una grande pecca. Oggi sono costretto a ricredermi perché, quella di allora, è nulla in confronto a ciò che hanno combinato qui, tutto è rimesso in discussione e lo si evince dal nuovo livello di resistenza impostato questa volta che è praticamente nullo. Va bene tutto ma la drammaticità può essere ricreata in altri modi, un giorno l’armatura resiste al martello di Thor, il giorno dopo un soldato extremis (su questo termine stenderei un ulteriore velo pietoso) la accartoccia come carta argentata. Nulla da eccepire sul design, nell’approccio tecnologico dell’armatura per tutto il tempo che è presente sullo schermo, certo non è molto ma le integrazioni bondiane nella trama non sono disdicevoli. Il reparto creativo ha sfornato prototipi su modelli ed allo stesso tempo ha caratterizzato ogni modello per una funzione specifica, peccato che al dunque e comunque prima della resa dei conti finale, ogni armatura sembra essere incappata nello stesso tipo di materiale difettoso e non serve a nulla il fatto che il povero Tony tentando di superare le proprie paure e il grande stress post trauma di cui soffre passi notti e giorni a costruire armature sempre migliori ed efficaci.

Pezzo secondo: Il Mandarino. Qui tocchiamo il fondo. La nemesi di Stark è il Mandarino, l’uno sopperisce con la scienza, l’altro con la magia, l’uno crea, l’altro distrugge, l’uno ha cuore, l’altro è spietato. Era così difficile trovare un compromesso e rendere degna di nota questa figura essenziale senza per questo denaturarla e reinventarla da zero, dimenticando ogni cosa e soprattutto identificandola come una icona che risulta essere profonda quanto un foglio di carta osservato di profilo. Il genio creativo non ha limiti come nemmeno il mago del budget e allora perché non usare un modo logico e se tanto importanti sono le referenze tra i vari personaggi e le singole storie, se tessere le varie tele che hann portato ai Vendicatori  non è stato lavoro inutile perché non infondere un po’ di quell’essenza mistica nel Mandarino? Il problema delle arti mistiche è stato affrontato in Thor, sono state stabilite alcune basi, alcuni punti cardine e sarebbe stato molto logico da quelli,  proseguire oltre e invece, si regredisce perché conviene cambiare e assumersi, e questo è innegabile, un grande rischio. Tutti coloro con i quali ho parlato di Iron Man 3, e sono tutti fumettari vecchi e consumati come me, concordano nel dire la stessa cosa. Meglio evitare questo personaggio e aspettare tempi più opportuni invece di ridurlo a questa pantomima inutile. Certo è un terrorista o forse no, è il Maestro, no forse no, certo rompe i maroni a Stark, senza dubbio ma cosa valgono decenni di storie, di approfondimenti, di analisi, di scontri epici se poi è trattato alla stregua di una sagoma di cartone, riempitivo della scenografia? Cosa vale distruggere ogni cosa se non al mero innesco della consolidata espressione azione uguale reazione che anima e muove le grandi ruote della storia… si sono stravolte le origini del tessiragnatele e allora perché rendere più credibile l’origine e l’esistenza stessa di un personaggio come Il Mandarino attingendo ai canoni “giusti”. I dieci anelli, la loro origine, il loro legame simbiotico a dire poco, la sete di potere, l’annichilimento dello stesso universo, avrebbero sicuramente meritato ben altro spessore. Sono grato alla Marvel di aver portato Iron Man davanti ai miei occhi 33 anni fa e allo stesso modo sono profondamente deluso di come lo abbia maciullato adesso. Concludendo direi che ci si trova davanti ad un clone di Stane, nessuna innovazione, nessun senso pratico ma la massa vuole questo e allora ammassatevi pure.

Pezzo terzo: Extremis. Non vengo certo a spiegare a voi lettori cosa sia Extremis, non ne avrei la pazienza e probabilmente voi neofiti non capireste, risparmio questo tempo ad entrambi e mi fermo solo un attimo a pensare cosa sarebbe potuto essere questo film se in fase di sceneggiatura si fosse davvero implementata la nanotecnologia per l’armatura di Stark.

Pezzo aggiunto: War machine. Ottima la riconfermata scelta di Chandle nel ruolo di war machine, sicuramente in questo film viene enormemente ampliato il suo ruolo e le dinamiche che persistono con il personaggio Stark ma tuttavia WM sembra semplicemente un innesto atto a colmar vari vuoti narrativi più che una parte organica del tessuto narrativo. Trovo molto più efficace il tag-team del secondo film contro Vanko, si lo so, sono incontentabile ma a ragion veduta questo è solo uno degli innumerevoli aspetti negativi.

Pezzo unico: L’amore, il viaggio, l’uomo e tutto quanto. Vada per la risoluzione cuoricida con Pepper, passi anche la Pepper in armatura che fa tanto pari opportunità oggi e che si prende il non piccolo merito di annichilire il vero cattivo di turno a ragion veduta, passi persino il solito cliché della gelosia ma perché si è ritenuto necessario sottoporre l’uomo Stark ad un intervento per la normalizzazione della sua condizione cardiaca? Mi riferisco ovviamente, per chi ancora stia dormendo, alle micidiali schegge ancora presenti nel suo corpo che minacciano di dilaniargli la pompa e che sono tenute a bada da power-up presente nel suo torace. A questo punto si potrebbe pensare della tardività del suddetto intervento di quasi due film o forse, più realisticamente, ci si rende conto di quanto sia irrimediabilmente miope la regia di Shane Black rispetto a quella di John Favreau, intendiamoci parlando di comics (e tralasciando l’universo Ultimate volutamente, per il quale non ho la minima considerazione) Stark si sottopone ad un intervento per avere un nuovo cuore bio-meccanico. Quando Stark non può contare più sul suo normale supporto tecnologico e intendiamoci, Stark che prende in prestito un po’ di Bond e un po’ di Holmes non stona, deve comunque trovare una via alternativa per poter sopperire alla mancanza della sua potenza tecnologicamente avanzata quale è l’armatura, va persino bene che all’improvviso sia a conoscenza di tecniche avanzate di combattimento, ma perché ancora una volta ci troviamo in un film di un supereroe chiamato Iron Man e però a conti fatti il film si sarebbe dovuto chiamare Stark, il genio oscuro. Stark che fa il Wayne per un po’ aggiunge pathos e tensione considerando la violenza praticamente inesistente sullo schermo perché questo purtroppo è un film per tutti. Non posso non rimarcare il fatto che tuttavia dato il tanto e tale materiale disponibile su Iron Man è tutto troppo poco e troppo puerile questa direzione intrapresa a questo punto dell’evoluzione, pardon, involuzione visiva del personaggio. Molte similitudini ci sono con il terzo Spiderman diretto da Raimi, si ha come la sensazione che la storia termini in modo sin troppo immediato nonostante la durata, si sente la mancanza di struttura proprio dove questa è più richiesta, la relazione tra Stark e Pepper. Può andar bene anche così? Non credo ma ormai il danno è fatto.

Paradossalmente dove l’amichevole arrampicamuri di quartiere continua a fallire salvo poche e rare eccezioni (troppo poche in verità per potervi trovare un che di positivo), dove l’universo mutante muta di continuo e tutto acquisisce la solidità del polistirolo anche lo Stark cinematografico mostra cenni di cedimento, cedimento rispetto al suo alter ego disegnato. Si deduce che proprio Stark, Iron Man sembrasse essere destinato in modo sempre più prorompente a essere l’eroe di punta della Marvel, cinematograficamente parlando almeno. Oggi si può affermare che sia sempre una questione di interpretazione, di fedeltà, di scelte e di appeal. Da appassionato Marvel e da appassionato del vecchio corso, l’unico corso in effetti degno di tal nome, non dovrei profondere così tante energie nell’approfondire questo nuovo film eppure… la potenza produttiva della Disney si vede e si sente anche troppo e secondo il mio non modesto parere, le scelte narrative e l’azione sono pesantemente influenzate da chi impiega risorse  e capitali atti a realizzare il film.

Guardate pure questo film in 3D, non ne resterete delusi, guardatelo in 2D e ovviamente non dovrete preoccuparvi di un paio aggiuntivo di occhiali oltre ai vostri se li inforcate, unica postilla per la visione è quella di sedersi in un cinema degno di tale nome. Ovviamente è immancabile una breve scena di approfondimento dopo i crediti finali, Stark chiacchiera amabilmente con il dr. Banner di qualcosa che entrambi conoscono sin troppo bene. Conviene che attendiate codesta scena per saperne di più. Questo terzo episodio non è il migliore dei tre. Le forti discrepanze di adattamento come esplicitato precedentemente sono, a mio avviso, controproducenti per quella porzione di pubblico che è abituata alla mitologia del fumetto, le varie falle nella storia sono davvero macroscopiche e sopperire con ottimi effetti e ottime scene d’azione con un seppur minimo approfondimento introspettivo/psicologico almeno per quanto riguarda il protagonista è ben poca cosa rispetto a ciò che si sarebbe dovuto e potuto realizzare. Iron man 3 si certifica visivamente e produttivamente parlando come netto miglioramento rispetto ai precedenti ma paga dazio per storia ed adattamento, a conti fatti raggiunge a mala pena la piena sufficienza (anche se paragonato ad Oblivion è un capolavoro) e annovero tristemente, quindi, questo terzo atto alla stregua di tanti terzi atti molto simili in quanto a riuscita, Spiderman 3 di Raimi, Il terzo atto del Batman di Nolan ma anche quello di Joel Schumacher, Blade 3 e così via…

Iron Man 3 resta un film godibile per tutti coloro ai quali della mitologia originale non freghi nulla, per i giovani e meno giovani non legati così visceralmente alla galassia dei comics, fate pure, sempre meglio che sorbirsi Oblivion… nemmeno l’utilizzo di udite, udite Extremis riesce a rivalutarmi l’intera storia, molti di voi probabilmente non comprenderanno Extremis ma direi che sia un bene in questo caso l’ignoranza perché in questo modo ci si pone neutri, slavati dei propri eventuali preconcetti alla visione di Iron Man 3. John Favreau, diresse due film centrando perfettamente il personaggio, l’uomo, le ambizioni, il suo destino e il suo impero, la sua eredità, il suo retaggio e il rapporto duale padre/figlio, i pregi ed i difetti che si tramandano ed appunto i conflitti che sorgono indipendentemente dal tempo, dalla vita e dal resto dell’universo creato e di Thanos. Non so cosa possa riservare un quarto eventuale quanto improbabile seguito, certo è che il seguito dei Vendicatori dovrà riassettare non poche grane ma contenti loro e contenti voi… questo film raggiunge una buona sufficienza, non fatevi ingannare dalla sufficienza, considerando il calibro produttivo ci si sarebbe dovuti trovare davanti ad un capolavoro ma a quanto pare si deve pazientare ancora. Zack o dove sei?

Lunedì 06 Maggio 2013 22:46

Oblivion

Written by Obi Wan Kenobi

A volte una storia per poter essere raccontata deve essere principalmente già completa nella mente di colui che ha idea di raccontarla, qualunque sia la fonte ispiratrice o il genio che la partorisce. Ci sono storie fantastiche che dal nulla diventano solidi film e altre, molte altre, che dopo un brevissimo lasso di tempo trascorso a tentare di diventare qualcosa di diverso ritornano ad essere niente.

A volte una storia diventa prima base per un mezzo di espressione diverso dal cinema, diventa per esempio uno fumetto di successo. Spesso, la storia si evolve di media in media e da fumetto per esempio può scoprirsi sceneggiatura sino a divenire probabilmente un film. Il successo intrinseco della storia, se tale, non è sempre rispecchiato dal media che la trasforma, che la rende appetibile ad un pubblico via via più vasto. Può infatti capitare che una graphic-novel di successo diventi un film mediocre e se è vero che un buon regista possa fare per un qualunque motivo film mediocri è altrettanto vero che un regista mediocre farà solo film mediocri. Oblivion è l’adattamento dell’omonimo fumetto scritto da Joseph Kosinski (e Arvid Nelson ed edito dalla Radical Comics) che è anche il regista, co-produttore e co-sceneggiatore. Al suo attivo ricordiamo puramente per un senso nozionistico Tron: Legacy, film  che possa esser visto se considerato un esercizio di stile inutile mascherato da reboot, che possa essere tranquillamente ignorato se lo confrontiamo con il Tron che vidi al cinema negli anni ‘80. Iniziamo col dire che forse dell’ennesima avventura fantascientifica con protagonista Tom Scientologyman Cruise non si sentiva il bisogno, sforzo produttivo di un certo spessore, storia come detto prima articolata ma in fondo comincio ad essere stufo di protagonisti di nome Jack e soprattutto se hanno le sembianze di Cruise. Non discuto l’attore (va bene lo discuto anche) ma considerando la fonte ed il materiale di origine il risultato è appena accettabile. Resterà un film dalle epiche visioni e da un interessante aspetto creativo ancorché, appunto, visuale ma la mia impressione è quella di un film che non manterrà il suo appeal mano a mano che le visioni dello stesso si susseguono. Un progetto senza dubbio ambizioso che al momento risulta essere abbastanza tiepido al botteghino, sicuramente pareggerà i costi ma di certo non si è dimostrato sino ad ora quel fenomeno che la produzione pensava.

Oblivion non brilla per originalità, c’è anche da dire che al giorno d’oggi vedere qualcosa di davvero originale risulti essere alquanto difficile. Le pecche non sono del film in sè ma della storia adattata, essa, attecchisce e in qualche modo saccheggia a piena mani da grandi film della fantascienza, 2001 e Aliens per citarne solo due e poi rispolvera vari altri elementi di genere e chissà come, secondo me, l’analogia diretta la si può fare con un piccolo capolavoro di Duncan Jones targato 2009, chiamato Moon ed interpretato da Sam Rockwell. Ottimo film magistralmente realizzato tanto semplice quanto efficace. Suggestiva è la storia alla base del film, non svelerò alcun elemento ma comunque consiglierei in prima istanza di guardare Moon. Una buona storia riesce ad intrattenere lo spettatore, solleva magari dei dubbi e interrogativi ma in linea di massima riesce ad essere esaustiva. Oblivion fallisce probabilmente l’aspettativa primaria, non risponde a quasi nessuno degli interrogativi che origina e le poche volte che accade si ha come risultante nuovi interrogativi, ancora. Se in fondo il solo personaggio davvero sfaccettato è guarda caso il produttore, attore e protagonista Cruise ed allora ho come un dubbio rimarchevole... che possa essere sempre lui, Cruise, l’eroe alla fine. Certo c'è anche Morgan Freeman ma il suo ruolo quantunque centrale è quello di una grande star che appare il tempo esatto di essere notata e quindi in un attimo sparisce. Ottima la colonna sonora di Zimmer e Daft-Punk, inevitabili alcuni rimandi sonori (Tron: Legacy per dirne uno e se avete ascoltato attentamente il trailer anche Man of Steel) ma concentrandosi sul film risulta essere più che adeguata.

Oblivion resta un interessante esperimento visuale, grazie soprattutto all'estro creativo del regista, con una grande e variegata potenzialità, devo ammettere con rammarico che però lo stesso film si perde miseramente nel rincorrere vari cliché di genere, lo spettatore medio si abbufferà di computer grafica e alla fine soccomberà davanti all’eroe solitario Cruise seguendo una storia che ha non pochi snodi narrativi ma che, come detto in precedenza, risulterà essere sin troppo stereotipata stabilendo lo scenario ed i personaggi e quindi ribaltando o annullando ogni regola sino a quel momento, una scelta ambiziosa e per molti versi valevole ma per lo più spiazzante davanti a occhi non allenati. Doveste scegliere da neofiti e/o da appassionati guardate IronMan 3.

Giovedì 02 Maggio 2013 07:25

Jimmy Bobo: Bullet to the head

Written by Obi Wan Kenobi

Pur restando un mistero il criterio con il quale una produzione decida di acquistare i diritti di un’opera, in questo caso la graphic novel “Du plomb dans la tête” letteralmente del piombo in testa, di Alexis Nolent ed illustrata da Colin Wilson, accetto il fatto che se il prodotto finale non distrugge quel poco di credibilità del mezzo, attraverso il quale si esprime, il tempo speso a guardarlo è comunque valido. Come accennato si tratta di una graphic novel francese, per molti versi, una cosa abbastanza rara e non perché non ve ne siano in giro ma proprio perché la scelta e l’acquisizione di questi diritti resta comunque un fatto eccezionale.

Posso affermare senza tema di smentita che con una produzione di quasi 55 milioni il risultato è discreto, avessero usato lo stesso principio (e forse la stessa passione) per Dylan Dog (poco meno di 20 milioni profusi come sforzo produttivo) oggi forse avremmo altre pietre di paragone ma è anche vero che a maggiori aspettative spesso e volentieri si ricevono sonore cantonate e delusioni, ho imparato con il tempo, nel tempo a non aspettarmi nulla di buono ogni volta che davanti a me si accende il proiettore… alcune volte resto piacevolmente sconcertato e altre volte, la maggior parte resto fedele al mio principio. Si rimane favorevolmente stupiti da alcune scelte nei dialoghi, nulla di eccezionale ma un paio di volte gli spunti usati strappano un sorriso, insomma le caratterizzazioni saranno anche nella media ma è indubbio che Stallone fornisca una prova più che adeguata, sia fisica che interpretativa, a differenza di quanto si possa pensare Stallone è anche uno sceneggiatore, professione alla quale è tutt’ora dedicato e da sceneggiatore/regista/attore spesso i meccanismi, atti a scatenare i motori ricettivi nel pubblico, sono molteplici e, se possibile, ben più complessi di quanto ci si possa immaginare.

L’azione e la violenza sono ben miscelate, non manca nulla, non ci si dovrebbe attendere nulla di meno da un film come questo. Il cast del resto si compone in modo molto omogeno e ritroviamo oltre a Stallone e Kang, il buon “vecchio” Christian Slater, il giovane cimmero Jason Momoa  e la solida regia di Hill. Walter Hill, proprio lui, lo sceneggiatore di Aliens e il regista di film come I guerrieri della notte, 48 ore, ancora 48 ore, Danko, Johnny il bello, Chi più spende più guadagna, Geronimo che hanno lasciato un segno indubbiamente in tutti coloro come il sottoscritto che, questi film, li hanno visti e rivisti. L’impressione di Walter Hill è di uno con le palle il McTiernan del poliziesco se vogliamo. Ogni aspetto della società all’interno della quale i nostri protagonisti si muovono ed agiscono è portato all’estremo, tinte forti ma adatte al tono del film.

Per chi non avesse familiarità con la storia, e scommetto che siano in molti, un sicario (Stallone) in seguito alla morte dei suoi colleghi diciamo così in affari, si allea con il detective di Washington (Sung Kang) nella bella, tenebrosa e spesso alterata New Orleans e senza fare troppi complimenti ridipingeranno di rosso l’ambiente nel tentativo di bloccare l’occulto avversario (Momoa). Kang e Stallone quindi si confronteranno su vari livelli, sui rispettivi metodi, sulle proprie differenze e questo non può che arricchire e rendere corposa la storia. Stallone è sicuramente in forma, la storia inoltre è stata plasmata per farlo eccellere in ciò che normalmente caratterizza gli aspetti dei personaggi da lui interpretati e Jimmy Bobo non fa eccezione. Gran duelli, grandi scene di azione, la mano di Hill si sente e si vede tutta. Non si può non provare una punta di rammarico rileggendo il nome di Hill di nuovo alla regia in un genere che comunque è a lui abbastanza congeniale. Se Stallone si riconferma dopo l'ottima prova in Expendables 2, Momoa va in crescendo, diventando via via sempre più l’avversario di spessore. Non mi convince del tutto Kang ma è solo una postilla, non pregiudica l’insieme, chissà perché lo vedo sempre al volante di un auto ma tant’è. In questi casi la storia non necessita particolari complessità, non ci cerca la profondità dei dialoghi o le interpretazioni mirabilmente sconvolgenti. Hill conferma la propria mano, gestisce il cast, ordina l’azione che ci vuole e non si vergogna a spappolare materia cerebrale e teste,  sana violenza, pochi fronzoli, poco fumo e molto arrosto rigorosamente al sangue e per valutare questa specie di ossimoro latente va bene così.

Consiglio in modo del tutto spassionato la lettura del lavoro originale anche dopo la visione del film, i lettori ne risulteranno arricchiti ad ogni modo. Tralasciando senza fare alcun paragone "A history of violence", al quale mi riferisco in quanto a grana e ruvidezza dell’azione, a contrasti emotivi e all’uso della violenza spesso immediata ed improvvisa  ma semplicemente pura allo stesso tempo, Cronenberg è sempre un punto luminoso qualunque sia il genere di film che intenda fare, la mia opinione su "Bullet to the head" è comunque positiva, certo,  se vi fosse stata maggior cura nella produzione considerando la cifra non indifferente impiegata e relativamente ai dettagli, maggiore consapevolezza dei propri mezzi,  questo film sarebbe stato senza dubbio un prodotto molto più solido ma ci si può comunque accontentare, ovviamente, non è un film per tutti, il genere sconsiglia ed allontana naturalmente il pubblico delle famiglie e tuttavia chi vuole immergersi in un bagno di sangue potrà trovare ottimi riscontri.

Martedì 05 Marzo 2013 08:43

The Last Stand

Written by Obi Wan Kenobi

La Quercia di Graz è tornata, preparatevi, farà saltare ogni cosa, salterà tutto in aria... chi è cresciuto con “i muscoli sono la migliore cosa contro i cattivi” non può non aggregarsi alla festa. Dal regista Kim Jee-Woon, già segnalatosi per film come Il buono, il matto il cattivo e Ho visto il diavolo, ecco un vecchio carro-armato, dal guscio di acciaio, pronto a far saltare ogni cosa. Non fraintendete, questo film non è perfetto ma incorpora due elementi a mio avviso fondamentali, azione vorticosa al top e Arnie. Non è una questione di cosa possa o non possa piacere, il Terminator è tornato e questo è un fatto, è tornato, grigio, con il fegato e ci si divertirà. Come ho detto prima questo film  non è perfetto ma è più che buono, abbastanza accattivante senza essere completamente stupido per gente dai gusti difficili. È il trucco più vecchio del mondo, buoni contro cattivi e indovinate chi resta alla fine vivo, forse l’inizio sarebbe potuto essere un pò più sostenuto ma una volta ingranata la marcia, il tritatutto inizia a macinare a ritmo incalzante, come un giro sulle montagne russe, grandi stunt, effetti assolutamente sopra le righe come anche le performance del cast. l’accento marcato di Arnie è quello che mancava da ascoltare (solo per chi vedrà questo film in originale), si sono avuti solo suoi piccoli barlumi nei due round con I Mercenari ma adesso la scena è di nuovo tutta sua.

L’azione più grande nella cittadina più piccola, poteva essere questa la frase del promo, sembra strana forse, anche un pò inusuale se vogliamo ma funziona perfettamente infatti proprio in questa cittadina i migliori dei peggiori trafficanti di droga si daranno appuntamento per scappare nel Messicali tutti d’un fiato e nessuno potrebbe fermali eccetto Lui. Ogni scena conserva uno strano stile e ne apprende di nuovi, una regia non ancora del tutto contaminata nell’ovest, dall’ovest, tagli e movimenti molto rapidi, come proiettili, montaggio serrato più veloce che furioso, corse in auto, salti, dialogo appena indispensabile anche un pò clichè, esplosioni a go go sino... alla prossima esplosione ancora più grande. Inutile star qui a descrivere per filo e per segno la trama. Il punto più debole del cast a mio avviso è Johnny Knoxville, impossibile non farsi scappare qualche risata anche non intenzionale pensando alle sue precedenti performance, il resto dei personaggi fa bene il proprio lavoro,  Forest Whitaker, Luis Guzman, Jaimie Alexander, Eduardo Noriega e non dimenticate lo sceriffo, Arnold Schwarzenegger.

Considero anche l’effetto temporale, questo film esce perfettamente in tempo per il ritorno ufficiale da protagonista dell’ex governatore della California, certamente questo non è un genere che possa piacere a tutti ma dannazione c’è bisogno di un pò di sana violenza, di qualche vecchio ed iconico attore e di una storia che si muove e si evolve attorno a lui. Chi meglio di Arnold? Ricordate Codice Magnum, predator, Conan, True Lies, ho lasciato T1 e T2 volutamente fuori. Ci hanno calcato troppo la mano con l’azione... forse, davvero incredibile... forse, troppo divertente certamente ed è anche un modo positivo di vedere le cose, una prospettiva diversa dal solito se mi fa sentire appagato tanto è sufficiente e il resto conta poco o niente. Potrà essere vecchio e ancora fuori forma ma è tornato e questa è la cosa più importante.

Lunedì 25 Febbraio 2013 16:30

Dredd

Written by Obi Wan Kenobi

La seconda volta può essere quella buona e in questo caso dopo il deludente, sotto molti aspetti, primo tentativo questo nuovo adattamento rischia di far pace con tutti gli appassionati del Giudice per antonomasia. Nell’adattare un fumetto per il grande schermo il vantaggio è sicuramente quello di avere moltissime fonti, tutte perfette e solo in attesa di essere sfruttate a dovere per ottenere un prodotto sicuramente fedele alla sorgente ma anche qualitativamente degno di nota.

Dal primo tentativo è passata molta acqua sotto i ponti, quanto meno c’è stata una lunga e produttiva pausa di riflessione, troviamo un cast rinnovato, un regista (Peter Travis) capace e duttile, attori tagliati per i vari ruoli, Karl Urban è l’arcigno Judge Dredd e uno sforzo produttivo di quasi 50 milioni di dollari. Non sempre produzioni di alto livello sono garanzia di successo, ricordate il precedente film, presentava un cast di tutto rispetto, Max Von Sydow, Rob Schneider, Armand Assante e nei panni di Dredd cotanto Sylvester Stallone. Probabilmente il taglio non del tutto drammatico non ha giovato, l’uso della commedia non è in linea con Dredd e nonostante la produzione fosse, come accennato, impegnata i risultati sono stati risibili. Se guardiamo inoltre alla fedeltà della trasposizione beh, probabilmente il profilo di Stallone andava anche bene in tenuta da battaglia ma se c’è una cosa che Dredd non fa mai, mai e poi mai è togliersi il casco.

Per tutti coloro non familiari con il celebre fumetto di 2000 AD, Dredd vive in un futuro post nucleare, la terra è quasi del tutto una landa radioattiva e la gente vive in mega agglomerati dove la criminalità la farebbe da padrona se non fosse per un efficiente sistema d’ordine rappresentato dai Giudici. Ogni giudice ha potere di giudizio e condanna ed è in grado di eseguire la stessa immediatamente. Dredd è un ghigno perpetuo, grande forza fisica e di volontà ed è la personificazione dell’implacabilità. Il giudizio deve arrivare per ogni criminale e state pur certi che è ciò che i giudici fanno. Nel dettaglio Dredd durante una “normale” giornata di lavoro viene affiancato da una giovane giudice sensitiva che deve anche valutare ed addestrare. Dovranno affrontare la minaccia di una delle signore della droga più spietate, Ma-Ma interpretata efficacemente da Lena Headey. Lo scontro sarà senza esclusione di colpi, violenza quanto basta e un’azione incessante e coinvolgente. Tutti gli elementi sono definiti e pronti a produrre una miscela altamente esplosiva, è un piacere gustarselo in alta definizione con degli effetti sonori avvolgenti e ben calibrati.

Come spesso accade in questi casi se il protagonista è credibile la storia va da se, funziona. Karl Urban è Dredd, senza inutili sfarfallii di effimero, la storia è un concentrato di performance, ruvide ed assemblate per un segmento tutto azione davvero solido. Il rating serio ne fa un prodotto adatto a spettatori adulti e in questo caso la profondità della storia e le caratterizzazioni ne traggono grande beneficio. Dredd qui è solo Dredd e il ghigno di Urban è anche il segno identificativo del Giudice. Il suo casco resta in testa come deve essere. Il rimpianto semmai nasce dal fatto che se ci fosse stato maggiore sforzo produttivo allora questo film sarebbe sicuramente diventato un esempio in quanto a fedeltà.

In attesa di un seguito, ormai molto probabile, è possibile apprezzare questo film in blue-ray, anche in 3d, una volta tanto questa simbologia non è usata a caso, gli effetti sono puliti ed adeguati e sposano quella necessaria contingenza che permette al 3d di essere così appagante. Il mio giudizio non può che essere immensamente positivo, se non si ha paura di osare i risultati arrivano. Se per caso voleste approfondire sulle strisce, leggete senza dubbio un crossover che vede protagonisti il nostro Dredd e niente meno che il Batman, avete capito bene. Leggete e deliziatevi.

 

 

Domenica 17 Febbraio 2013 21:12

Die Hard: Un buon giorno per morire

Written by Obi Wan Kenobi

Sono e sarò molto polemico, ci sono e ci saranno squarci di trama, leggerete a vostro rischio. Una volta, mi ricordo, al terzo capitolo di una serie ben nota il messaggio sui poster diceva: è tornato l’uomo col cappello! In questo caso, sarebbe d’uopo, non dovrei scriverlo ma lo faccio, è tornato l’uomo senza capelli. Mi ricordo che mi ricordo infatti un grande film, Die Hard o come tradotto nostranamente Duri a Morire, mi ricordo la classificazione di quel film che non era per niente male, dannatamente interessante, con un Willis in piena forma, con una delle migliori frasi di dialogo mai scritte, “vieni a Los Angeles ci divertiremo…” .

La magia si è solo appannata un attimo nel secondo episodio, grazie a Samuel L. nel terzo era ritornata anche se ancora immensamente “grazie” alla CeGo non è possibile averne un montaggio decente in Italia in dvd o bluray e poi, e poi quell’idea l’ho infine vista diventare parodia di se stessa nel quarto capitolo e quindi adesso… come se non bastasse questa volta c’è anche suo figlio!  Trama, trametta, facile da snocciolare in tutta fretta, chissà perché poi invece di concentrarsi sulla storia e renderla quanto meno efficiente in senso narrativo e appagante dal punto di vista dell’intrattenimento, ci si concentra molto di più o molto di meno (questo dipende dai punti di vista) sugli stereotipi e, nemmeno per un minuto, ci si pensa. Il baraccone ormai è stato adeguato ed allora tutto va bene. John McClane arriva sino in Russia, causa figlio in pericolo di ergastolo, ovviamente c’è molto di più di quanto appare, una volta giunto lì, il nostro agente scopre che il figlio lavora per la CIA. Junior infatti si trova nella terra della perestrojka per impedire che armi russe vengano impiegate in un nuovo temibile e definitivo attacco. Senior e junior a questo punto devono far fronte comune per sventare l’ennesima minaccia e nel marasma o pseudo tale vivremo di gioie come il classico sdoganato rapporto padre/figlio, cinismo melenso, vecchie frasi che non hanno più nulla se non un tentativo grottesco di restare in linea con il passato e persino l’oscura verità dietro Chernobyl anche se dopo l’avvento di Trasformers 3 non dovevano esservi più dubbi.

Come quinto capitolo della serie proprio non ci siamo, la storia è puerile, priva di spunti originali, le scene madri sono ritagliate a dovere ed impiegate, potrei dire impigliate, stilisticamente nemmeno tanto originali ma con gli occhi e la mente di un dodicenne ci possono anche stare. In due soldini, non si arriva nemmeno alla media perché, perché c’è ancora qualche ovetto d’oro a 0/500 nella gallina e prima di farla arrosto o bollita ci si deve accontentare. Non posso non soffermarmi sulla brevità della storia, ma come si fa, solo e dico solo poco più di un’ora e mezza, ma dico siamo Duri a Morire, mica vacanza in Russia e poi per caso scoppia la bomba, oh! Die Hard è Die Hard non una parossistica parentesi pseudo cinicamente indotta nelle menti degli spettatori che se sono lì a guardare (comunque) se la meritano tutta! Insomma non ci siamo a livello di caratterizzazione, di storia, di durata e poi Willis? Ma ci voleva tanto a scrivere un soggetto più consono e completo, la chiave del successo è tutta lì, una bella storia, personaggi carismatici, dov’è Simon? Simon ordina… Mentre andavo nelle Ardenne, vidi un uomo e sette donne, ogni donna sette sacche, ogni sacca sette gatte, ogni gatta sette figli, quanti andavano nelle Ardenne?

A chi importa dei fan, a chi importa cosa vogliono, non… vorrebbero attenzione, vogliono un film all’altezza dei vecchi fasti, quanto meno in linea. Non sembra essere possibile oggi, bisogna abbassare la restrizione edulcorando il contenuto perché così le sale si riempiono e gli incassi fioriscono. A chi importa di NOI DURI A MORIRE, scalzi sui vetri a ballare la Giga, sempre pronti a sputare sangue e farsi in quattro andando, se così deve essere, anche in pezzi senza troppo pensare a quanta distruzione di demanio ci sia da fare per riportare a casa il distintivo e sbattere i cattivi al fresco o stenderli con una flebo di piombo. A chi importa dei vecchi giorni di tutto e niente, di scalo la parete a mani nude e faccio il bungee jumping legato ad una pompa antincendio, facciamo saltare se è necessario un aereo con uno zippo e non troviamo mai il tempo di fare quella diavolo di telefonata e comunque, nel frattempo, andiamo annichilendo quello che c’è da annichilire per raggiungere lo scopo finale e a momenti torniamo indietro nel tempo per quanto corriamo… si questo film è sicuramente diretta metamorfosi del quarto capitolo che per inciso, risulta essere nettamente superiore a questo,  sì… questo è un bel giorno per pensare di lasciare questo film a prendere muffa digitale e sicuramente visionarlo è un ottimo motivo per morire.

“Attenzione, attenzione, Nils è defunto. Ripeto: Nils è defunto, pezzo di merda, e, con lui, il suo amichetto. Poi, ci sono i tre che giocavano a guardie e ladri, quelli che hai lasciato alla banca. Anche loro faranno tardi. Sì, te la faccio io, una proposta. Appena ti prendo, caro ragazzo, posso schiacciare la tua testa di cazzo.” Concordo…

Lunedì 11 Febbraio 2013 16:26

Studio illegale: sarà così illegale!?

Written by Ines

Arrivi al cinema, immagini file e file di avvocati desiderosi di vedere l’immagine che “Studio illegale” fornisca della loro casta e invece? Stupore! Nessuna fila ma quattro gatti in fila per tre e già inizi a pensare: “ avrò fatto bene ad aver pagato 7,50 per vedere un film che ha ricevuto il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali”!? Forse sì, mica il Ministero elargisce contributi così! E invece son trascorsi “solo” dieci minuti dall’inizio del film e già quattro e dico quattro persone lasciano la sala. Forse qualcuno si sarà sentito male o semplicemente avrà pensato “soldi buttati”? Mah, rimarrà per me un mistero in questa fredda serata domenicale!
Sorvolando sui soldi spesi, sulle persone che lasciano la sala, concentriamoci sul film e su un mondo che inizio a frequentare. Trascorrono i minuti, inizio a concentrarmi sulle dinamiche e sui personaggi ma non riesco a scorgere “quella buon dose di cinismo che il film preannunciava di regalare”. Diciamolo: questo film non prende proprio la platea, che si aspettava di vedere “qualcosa di forte, di irriverente” e invece si ritrova con “un cinismo fin troppo buono”.
Che sia difficile instaurare rapporti umani negli studi legali, perché c’è già il collega pronto a farti le scarpe e a usare le informazioni che sa su di te contro di te al momento giusto, già si sa.
Che i capi sono senza scrupolo, perché gli affari sono affari e bisogna accaparrarsi i clienti migliori essendo squali nel proprio ambiente, è cosa risaputa.
Che gli orari di lavoro sono massacranti e a volte non hai tempo né per te né per la famiglia, è un qualcosa che metti in conto accingendoti a intraprendere questo mestiere.
E allora: cosa regala di nuovo questo film?
A mio avviso, nulla! Tranne un’altra scontata realtà “ non invischiare amore con lavoro”, perché son guai! Ti puoi ritrovare “il tuo amato ” controparte inimages una causa importante e perdere non solo la lucidità e il buon sangue freddo che necessita questo mestiere ma addirittura puoi farti sfuggire “prove fondamentali per incastrare la controparte”, perché diciamolo “se ti porti il lavoro a letto, dal letto non si sa come ne uscirai”.
Ed ora c’è da chiederCi: riuscirà un Je T’Ame pronunciato su una terrazza dinanzi alla Torre Eiffel a far dimenticare che dinanzi a Noi avremo sempre “un avversario sul lavoro” che utilizzerà tutti i mezzi a sua disposizione per fregarci!?
Ad ognuno di Voi la risposta!


Ines Travia

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