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Politica

Cosi è arrivato davvero l’ultimo giorno per uno dei giornali storici italiani –  l’Unità oggi ha chiuso e saluta i suoi lettori. Il 12 febbraio 2014 ha avuto il tempo comunque di festeggiare i suoi 90 anni di vita prima di chiudere. Ovviamente lasciamo un'incognita – magari potrebbe tornare tra qualche tempo. Per ora  possiamo affermare che il numero di questa mattina è stato l’ultimo di una lunga serie. Il quotidiano fu fondato da Antonio Gramsci il 12 febbraio 1924 – un giornale che per molti ha rappresentato un vero amore, la verità, la politica e fatti di cronaca, per altri solo un mezzo del Comunismo e sinistra italiana. Inutile ricordare che l’Unità pur non essendo mai stato il giornale ufficiale di partito (almeno negli ultimi 23 anni) – ha sempre avuto un forte legame con il Partito Democratico, titolare di alcune quote di capitale del quotidiano. Ma dal 1924 – 1991, l’Unità è stato per davvero organo di partito –cavalcando idee e iniziative del Partito Comunista Italiano poi PDS e DS.

Il giornale si è sempre schierato dando spazio a posizioni di uomini e partiti della sinistra: CGIL ultimante anche CISL. Sono state numerose le collaborazioni con giornalisti delle medesime idee politiche quali: quali Fulvio Abbate, Oliviero Beha, Nando Dalla, uomini di letteratura  e letterati e scienziati come Margherita Hack, Nando Dalla, Pier Paolo Pasolini, Antonio Tabucchi. E ancora Marco Travaglio. Preferiamo dire arrivederci che addio Unità!

Politica uguale denaro,spreco di energie e  la salute per chi ancora crede nei suoi ideali. I signori deputati italiani costano alla collettività 240 milioni di euro, che se diviso per le 630 persone che riempiono Montecitorio ognuno arriva a  380 mila euro a testa. La somma prevede: stipendi, rimborsi, indennità, diarie e tutto quello che vi viene in mente che  fa spreco.

In base ai dati ufficiali dei tre questori incaricati dai conti della Camera:  Stefano Dambruoso di Scelta Civica, Paolo Fontanelli del Pd e Gregorio Fontana di Forza Italia, il costo dei deputati rappresenterebbe solo il  14% della spesa totale di Montecitorio, che supera 1 miliardo di euro. Commessi, dipendenti arrivano ai 250 milioni di euro. Tra gli altri costi problematici troviamo: l'affitto di immobili utilizzati per i loro uffici  40 milioni di euro a l'anno, trasporti e libera circolazione sul tutto territorio nazionale ci vogliono altri 11 milioni di euro. Non da meno il personale esterno con fortunati titoli di incarichi –costa alla collettività altri 10, 5 milioni di euro ogni anno.

 

In questa lista dello sperpero legale ricordiamo:  spese telefoniche ( 200 mila euro),  alfabetizzazione linguista e informatica (350 mila a l'anno), assicurazioni in caso si di sinistri o morte ( 450 mila euro), attenzione – fuori dal Parlamento! Infine 1 milioni per benzina delle loro auto blu. Non sarebbe il caso cari deputati di iniziare a rinunciare voi a  qualcosa; magari in questo momento che  dovete approvare il bilancio finale di Montecitorio? Date il buono esempio.

foto: via è [wikipedia.org]

 

Forse è una bufala forse no, siamo in italia. Il Movimento 5 stelle dovrebbe pagare una penale perché ha sei dipendenti in meno alla Camera, di quelli richiesti da regolamento. Eppure suona strano, il partito di Grillo risparmia, è per questo sarà multato? Sembra una contraddizione. Questo è quello che ha scritto il quotidiano La Stampa. Attualmente il Movimento 5 stelle ha 32 persone alla Camera ( decurtati di 180 mila euro).

Sull’articolo sono stati presi in esame le spese della Camera: 1 miliardo di euro all’anno. Il bilancio di Montecitorio può essere consultato online sul sito della Camera. Da cui possiamo apprendere ogni singola spesa: per quelle di  pulizia: 6 milioni di euro, per la ristorazione se ne andranno e già andati 4,5 milioni di euro, facchinaggio 2,8. I deputati tra indennità  e rimborsi costano 128 milioni all’anno, un terzo di 1 miliardo va via per le pensioni, 22 milioni per gli ex dipendenti, 137 milioni per vitalizi agli ex onorevoli. Nessuno può dire nulla, loro hanno già risposto che queste spese fanno parte di quei diritti acquisiti nell'essere diventati degli onorevoli. Quindi quale spending review? Nulla e nessuno potrà ridimensionarli. Infine per quanto concerne il risparmio, sarà come previsto una piccola parte. Nel 2016 si calcola a un risparmio  pari a 18,5 milioni di euro. Per quella circostanza gli ex subalterni di Montecitorio non vedranno rimborsati i costi per il mancato adattamento di stipendi e pensioni.

 

Mentana ha commentato così l’eminente chiusura del giornale l'Unità. Riportiamo integramente il suo messaggio su Facebook.

Quando nacqui, nel gennaio 1955, mio padre faceva il cronista all'Unità, allora "organo ufficiale del Partito Comunista Italiano fondato da Antonio Gramsci". La lasciò l'anno successivo, tra i tanti che abbandonarono giornale e partito per i fatti d'Ungheria. Lo scrivo per spiegare cosa mi lega a quel quotidiano, che oggi se la passa male.

Rischia il fallimento, ci sono soldi in cassa solo per un mese, poi va in liquidazione. Eppure soldi ne sono arrivati in questi anni all'Unità: intanto con i fondi pubblici all'editoria (3 milioni 709.854 due anni fa e 3 milioni 615.894 l'anno scorso), poi con i finanziamenti immessi dagli editori che si sono succeduti (che certo non ci hanno guadagnato), e infine con le vendite in edicola, sul web e gli abbonamenti.

Già, in quanti pagano per leggere l'Unità? I dati ufficiali di Ads ci parlano di una media di 22.193 copie nello scorso mese di maggio. In linea teorica il prodotto dovrebbe tirare: in quello stesso mese di maggio 11 milioni 203.231 elettori italiani hanno votato per il partito cui l'Unità resta almeno un po' legato, pur senza esserne più "organo". Evidentemente parte di loro legge Repubblica, o il Corriere, o altri quotidiani. E soprattutto la stragrande maggioranza si informa su tv e web.

E allora la considerazione è magari agra, ma non provocatoria: non avrebbe più senso cercare di proiettare l'impresa giornalistica dell'Unità, come tante altre reduci di un glorioso (e ben finanziato) passato, su altre piattaforme di diffusione? Quale è la paura, di uscire dalle rassegne stampa, o dalle dinamiche redazionali da film di Billy Wilder? O di vivere la migrazione digitale come una degradazione, una diminutio capitis, o peggio come un preludio di morte? E' come se le band musicali si ostinassero a farsi incidere sui vecchi 33 giri per paura di scomparire nel mare dei download. Che senso ha passare una vita a battersi per il cambiamento dalle colonne di un giornale, e poi avere per primi paura di cambiare?

 

(Enrico Mentana, Facebook)

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